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TAPPE DI LABORATORIO

IL PROGETTO

Il progetto/spettacolo nasce da un percorso di ricerca che si è sviluppato attraverso tappe di laboratorio-residenza, con il fine di approfondire, di volta in volta, nuovi risvolti del rapporto tra il Mito e i suoi riverberi nel contemporaneo. E’ un progetto inedito di messa in scena che ha già coinvolto il Dipartimento di Arti visive, Performative e Mediali dell'Università di Bologna (DAMS), il CSS Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia, L’Università LA SAPIENZA di Roma  e l’Università dell’Aquila.  A Marzo 2017, il progetto è giunto alla quinta tappa di laboratorio e lo spettacolo vedrà finalmente il suo debutto/studio a marzo 2018.

TRAMA

Oreste torna a casa dopo un lungo confinamento imposto dalla madre a causa della sua omosessualità marchiata a pelle. Dopo anni di esilio forzato, Oreste è costretto a rivedere la sua famiglia per via di un terribile e inaspettato evento: la morte di suo padre, scomparso prematuramente in circostanze poco chiare. Oreste ritrova sua madre devastata dal peso dei debiti e dell’usura, e per di più precipitata in un totale sfascio di valori. Grazie al confronto con sua sorella, la sua percezione del senso della vita subirà un mutamento, che lo porterà alla riscoperta di una nuova identità. Un evento inaspettato scoperchierà la coltre del silenzio, che l’ha tenuto buono per troppo tempo, rivelandosi in un orrendo e tragico atto finale.  “Appunti per un’Orestea nello sfascio” racconta le derive della nostra Società corrotta e rassegnata; ed è ambientata nel cuore della Puglia “L'Altra Terra dei Fuochi”, dove Elettra e Oreste sono al centro di un intrigo di scandali sessuali, omicidi mafiosi e rifiuti tossici. 

NOTE DI REGIA

Prosegue con ORESTEA il percorso di ricerca iniziato con “MEDEA BIG OIL”, spettacolo vincitore della XIV ed. del Premio Scenario per Ustica, riconfermando la mia vocazione per l’indagine di matrice antropologica e con l’intento di analizzare, da un nuovo punto di vista, il comportamento socio-culturale di una famiglia caduta in rovina, schiacciata dal peso dei debiti. Anche qui, la madre è una figura chiave, come in Medea, ma non è una donna rassegnata, che si abbandona agli eventi. E’ una finta bigotta che nasconde un crimine dietro la maschera del va tutto bene grazie: rappresenta il riverbero di una società corrotta sin dal basso. Se in MEDEA BIG OIL si parlava di un piccolo fazzoletto di terra, la Basilicata, martoriata dalle multinazionali del petrolio, questa volta si puntano i riflettori nel cuore della Puglia, “l’altra Terra dei Fuochi”, dove Elettra e Oreste sono due fratelli al centro di un intrigo di scandali sessuali, omicidi mafiosi e rifiuti tossici. Nelle tappe di laboratorio, in linea di continuità con il lavoro precedente, ho lavorato principalmente sulla coralità; ed è proprio dall'analisi della funzione narrativa del coro e del buffone contemporaneo che sono arrivata all’esigenza di una sintesi fisica espressiva, di matrice più intimistica e privata che collettiva e corale. Il corpo del coro scompare, ma continua a vivere nella paura del giudizio che affligge i personaggi e li trattiene nell’immobilità e nell’inazione. In questa visione, solo l’istinto spinge all’azione e si risolve in un atto tragico e delittuoso.

Ispirandomi ai principi della Fisica quantistica, ho scelto di soffermarmi su un fenomeno non tangibile, che prolifera velocemente come un disturbo micotico: il dubbio. Ho analizzato alcune fra le infinite possibilità del percorso interiore di ciascun personaggio, cercando di sviscerare cosa c’è alla base del rapporto dialettico che innesca il meccanismo del dubbio esistenziale. Rivisitando il mito, ho messo a confronto due personaggi: Oreste e Amleto, due facce della stessa medaglia. Al contrario di quanto accade ad Amleto, il dubbio esistenziale di Oreste consegue, anziché precedere, la vendetta: un piatto che Shakespeare preferisce servire freddo. L’interrogativo esistenziale del vivere (essere) o morire (non essere), che è alla radice dell'indecisione che impedisce ad Amleto di agire, si rivelerà, in Oreste, come atto finale di una vendetta istintiva: un raptus. Lo spettacolo è un’occasione per condividere con il pubblico non solo il processo creativo ma anche alcune riflessioni sul concetto di giustizia: se per i greci era necessario istruire la polis ad una nuova idea di giustizia, istituendo il primo tribunale umano, oggi rimane il dubbio sulla riuscita degli intenti dei nostri antenati. La giustizia potrebbe dunque divenire in questa logica un mero punto di vista, in cui l’atto vendicativo, in alcuni contesti potrebbe per assurdo diventare “un altro modo per dire GIUSTIZIA".

“Appunti per un’Orestea nello sfascio” è un affondo nella materia drammatica dell'unica trilogia tragica a noi pervenuta, l'Orestea di Eschilo. Addentrandomi tra le fila di un'opera capitale per la letteratura drammatica mondiale, non ho voluto riproporre necessariamente un'ulteriore e aproblematica interpretazione della fabula (l'orrendo ciclo di delitti che culminano con la pazzia di Oreste), ma penetrare nella decadenza dell'inconscio collettivo, in cui si inserisce lo sfascio e la crisi di valori della nostra società. È da qui che muove il progetto, proponendosi di sondare, attraverso la prassi teatrale, la relazione di un'intera collettività con la crisi sociale, politica ed economica. L’intento finale è dunque di interrogare il nostro reale, per provare a capire cosa si cela dietro la precarietà delle emozioni che asfissiano il nostro quotidiano, per smuovere l'indifferenza e pilotarla verso il cambiamento. Per cambiare l'oggi ci volgiamo indietro, ai passi che abbiamo compiuto, al mito. Un mito che continua instancabilmente a dirigerci, seppur calato in un contesto sociale nuovo. A rimanere totalmente invariato è il peso latente di un peccato originale che si tramanda di famiglia in famiglia, di generazione in generazione, di popolo in popolo. Attraverso gli occhi di Oreste, parteciperemo al sogno infranto di un ragazzo di oggi, il sogno di creazione di una nuova coscienza collettiva. “L'utopia è spesso lo smascheramento più violento della cancrena del nostro mondo”. Il teatro è un fare, un fare insieme, un fare collettivo. -La scena è una pagina tridimensionale di scrittura- come direbbe Maurizio Grande, uno dei padri della semiotica teatrale. Il mio augurio è che si possa scrivere un’altra pagina di teatro, insieme.

Terry Paternoster/Collettivo Internoenki

appunti x un'orestea nello sfascio

PRIMO STUDIO: Laboratorio con gli allievi dell'Università degli studi di Bologna DAMS - aprile 2016 

SECONDO STUDIO: Laboratorio con gli allievi dell'Univerità La Sapienza di Roma - giugno 2016

TERZO STUDIO: Laboratorio c/o CSS UDINE Teatro Stabile di Innovazione FVG - novembre 2016

QUARTO STUDIO: Laboratorio con gli allievi dell'Università degli studi dell'Aquila - febbraio '17

QUINTO STUDIO: Laboratorio con Michele De Girolamo, Patrizia Ciabatta, Alessia Iacopetta marzo '17